Generazione di fenomeni

bbc

 

 

Gli ultimi ad affondare su una nave fatta di cartongesso, gli unici ad aver capito ancora una volta l’importanza di un tonfo così rovinoso.

Di Gigi Buffon, Andrea Barzagli e Giorgio Chiellini, probabilmente ci si ricorderà solo per quel blocco di senatori presenti nella più grande disfatta della storia azzurra.

Quei vecchietti corrosi dalle infinite battaglie capaci di fermarsi per l’ennesima volta ad un passo dalla gloria.

Poco importa se il paradiso questa volta sia coinciso con una semplice qualificazione al Mondiale: la BBC ha provato a gettare il cuore oltre l’ostacolo, fino al 95′ di uno sciagurato Italia-Svezia.

Abbandonare così mestamente la seconda pelle tinta di azzurro è un dolore che difficilmente svanirà nel cuore di un “ricco” sportivo; una macchia alla carriera impossibile da debellare.

Giusto nello sport contemporaneo assumersi le proprie responsabilità, a volte affibbiandosi in spalla uno zaino più pesante di quello realmente meritatosi.

La BBC, però, non ha mai cercato alibi o scusanti; ha sempre accettato meriti e demeriti che questo sport, a volte crudele, regala.

Le lacrime sincere e profonde di Barzagli e Buffon all’ultimo europeo e quelle fresche dalla delusione di San Siro; hanno mostrato il reale valore umano oltre che tecnico di questi  campioni.

Un esempio di stile griffato Juve, scuola di pensiero che ha sempre snocciolato uomini veri, prima che fuoriclasse da campo.

In una generazione italiana scarna di talenti puri, minimamente equiparabili alle stelle del passato; è toccato al reparto difensivo trainare una squadra,  portandola ad un centimetro dal titolo europeo nel 2012 e ad un solo metro nel 2016.

Lo stesso blocco capace di vincere tutto il possibile ed inimmaginabile con la Juventus in Italia, arrivando a giocarsi in due circostanze una finale maledetta di Champions League.

Anche ieri contro la Svezia, nonostante il precipizio fosse lì a vista d’occhio, la BBC non si è tirata indietro; combattendo su ogni palla, cercando addirittura la disperata rete personale, come un ragazzino desideroso di gloria.

La legge dello sport e quel tempo tiranno hanno voltato le spalle ancora una volta ai tre vecchietti irriducibili; lasciando il 26 Maggio prossimo a Kiev, l’ultima fische da giocare per sfidare il il destino.

Poco importa del loro palmarès, delle loro sfide e della loro correttezza: un giorno ci si ricorderà di quella notte tragica a San Siro, dove la nave è affondata trainata da Buffon, Barzagli e Chiellini; in fondo, i veri fenomeni di una generazione italiana totalmente assente.

 

 

 

 

Auguri Capitano: “Del Piero e la pennellata tricolore”

del piero

 

 

Torino, 11 Aprile 2012.

Ci sono dei momenti che contraddistinguono la vita di ognuno di noi, caratterizzati da battiti del cuore accelerati, da legami indissolubili con qualcosa o qualcuno di cui non si può fare a meno.

Vi è la percezione di una gabbia emotiva dalla quale la mente non riesce a liberarsi, rimanendone dolcemente legata a quella linfa vitale, chiamata amore.

Basterebbe forse questo o sarebbe troppo riduttivo introdurre cosa sia stato Alessandro Del Piero per la Juventus, per il calcio.

Una leggenda vivente, un campione, fuori e dentro il campo; un giovane sognatore mai sazio delle sfide impossibili, come quella sera memorabile allo “Juventus Stadium”.

Quella stagione 2011-2012 della rinascita bianconera dopo anni di buio, fu quella più difficile per il capitano; al cospetto di un addio già preannunciato ad inizio stagione e di un utilizzo con il contagocce del nuovo condottiero bianconero, Antonio Conte.

Ciò nonostante, Alex attese il momento giusto, in cui il suo grande amore, la Juventus, avrebbe avuto ancora bisogno di lui, per incidere un altro pezzo di storia.

In quella serata i bianconeri, che da poco avevano superato il Milan in vetta alla classifica, affrontavano la Lazio; ultimo scoglio scudetto, per far sì che il sogno tricolore non svanisse d’incanto.

L’1-1 al quale i bianconeri rimasero ancorati per gran parte del match, bloccati da un Marchetti in stato di grazia e da una porta invalicabile; fecero pensare ad un finale drammatico, nel quale tutto lo sforzo stagionale poteva ridursi in polvere di rimpianti.

All’81 minuto, però,un calcio di punizione per la Juventus si presentò come una riga bianca sulla quale il capitano poteva firmare gocce di inchiostro indelebile.

Quei secondi infiniti di protesta per la distanza della barriera,furono ansiosamente interminabili.

In un secondo il capitano , prese di inganno anche le telecamere e a sorpresa batte’ velocemente quella fatal punizione, punendo Marchetti con una traiettoria magica alla sua destra.

Quella magia beffarda ma emotivamente voluta, quel tripudio dello Juventus Stadium e quell’abbraccio rabbioso di Conte con la sua panchina, furono un finale dai contenuti profondamente toccanti.

Tese la mano per l’ennesima infinita volta Pinturicchio alla sua Vecchia Signora, tirò fuori la linguaccia con orgoglio, per un ultima nostalgica emozione: regalando alla sua amata e al mondo del calcio romantico, le ultime lacrime di gioia eterna.

Un campanello d’allarme chiamato vittoria

juventus benevento

 

L’apparenza oggi conta, ma non può e non deve ingannare.

La Juventus che rimonta la cenerentola Benevento, riducendo la distanza in classifica con il Napoli, non può archiviare la Domenica odierna come semplice routine.

La trappola nella quale la Signora stava per essere impelegata viene scavata dai soliti difetti di questo inizio di stagione, che il tempo ancora non ha levigato.

La compagine campana giunta a Torino come un pugile senza speranze con l’intento di resistere quanti più round possibili; è riuscita nell’intento di impennare per l’ennesima volta una gara che non doveva avere storia.

Il vantaggio iniziale di Ciciretti è una logica conseguenza di un approccio costantemente monotono alla gara, perennemente soft, mai all’arrembaggio.

Lo schiaffo iniziale ricevuto, questa volta, dal “bambino” di turno, ha acceso la solita reazione confusionaria e pasticciona dei Campioni d’Italia.

La manovra lenta è prevedibile, ancorata su un gioco di fascia monocorde e mai fantasioso, permette al nemico di turno di piazzare il famoso pullman, pronto a rendere la vita dura a Dybala e compagni.

Già, proprio il nervoso Paulo sembra soffrire maggiormente la paziente staticità di manovra, arretrando infruttuosamente il proprio raggio d’azione sulla mediana.

La forza d’urto del singolo calciatore juventino al cospetto del piccolo rivale, capovolge una contesa che pareva maledetta; ma i gol del cecchino Higuain e dell’inesauribile Cuadrado, non possono far calare celermente i titoli di coda alla partita.

La Signora ha ancora delle falle che non possono essere tralasciate al caso, per arrivare nel prossimo Marzo, come sostiene Allegri a battagliare concretamente in tutte le competizioni.

Il restyling difensivo sembra non ancora essere terminato; con Rugani palesemente non ancora in grado di impossessarsi del posto lasciato vuoto da Bonucci; con Howedes, salvo infortuni, in rampa di lancio per una candidatura prepotente.

Il centrocampo a due che oggi ha rispolverato un buon Marchisio, sembra soffrire i ritmi alti avversari, mandando spesso in inferiorità numerica un reparto difensivo ancora traballante.

Il rinfoltimento della zona di metà campo con annesso cambio di modulo, potrebbe giovare all’equilibrio di squadra, pur perdendo dall’inizio uno dei quattro tenori davanti.

La testa oltre che ad un migliore crescita atletica, potrebbero completare il puzzle, rinvigorendo una squadra che dopo Cardiff è ancora sull’altalena, non ancora, però, riparata dal vento forte che soffia nei dintorni.

Ad Allegri l’arduo compito di non fermarsi all’apparenza: perchè anche davanti ad una vittoria può sorgere un campanello d’allarme utile per il futuro.

 

 

 

 

 

 

 

Cocchi di Max

khedira mandzo

 

 

Sulle loro qualità tecniche e mentali non vi è alcuna discussione; sull’utilità del loro posizionamento all’interno dell’attuale puzzle bianconero vige più di qualche perplessità.

Sami Khedira e Mario Mandzukic sono attualmente due grossi punti interrogativi sul profitto dell’11 bianconero.

Al tempo stesso, però, pare evidente come Massimiliano Allegri sia restìo a rinunciare ai due fedelissimi; coloro che il tecnico livornese porterebbe in battaglia in ogni luogo possibile e immaginabile.

Il 4-2-3-1, modulo varato una stagione fa per ovvia necessità è divenuta una virtù capace di condurre i campioni d’Italia sino alla finale di Champions, ad un passo dal trionfo.

La massiccia campagna acquisti improntata sull’irrobustimento dalla cintola in su ha fatto sì che la corrosione post Cardiff potesse essere superata con un deciso cambio di rotta.

Le due ali fantasiose capaci di saltare l’uomo nelle notti europee, Costa e Bernardeschi e il taglialegna Matuidi, perfetto gregario di Pjanic; parevano essere delle concrete minacce alla titolarità della coppia Mandzukic-Khedira.

Niente da fare invece: ad oggi l’adattato Mario relega in panchina i 90 e rotti milioni su due calciatori di ruolo che hanno fatto bene nei pochi scampoli di partita disputate fino ad oggi.

Le due reti e l’assist di Bernardeschi nelle sole gare da titolare e la pericolosità di Douglas Costa, soprattutto nelle notti di Champions, non hanno scosso il tecnico livornese dalle proprie certezze.

Analogo discorso,  ad oggi ancora più enigmatico riguarda il credito su Khedira: uno capace di segnare tre gol in una partita di Serie A e al tempo stesso di sparire dal rettangolo verde con costanza quando avverte la musichetta europea.

L’inserimento repentino di Matuidi con tanto di apprezzamento di Allegri avevano fatto pensare al cambio di testimone con il numero 6 tedesco o al massimo ad un nuovo centrocampo a tre, imperniato sul dinamismo del francese.

E’ bastato un mese per riavvolgere il nastro indietro: con Sami pronto a riprendersi il posto fisso al ritorno dall’infortunio.

Il depotenziamento della difesa, ha ingigantito le falle di un centrocampo, privo di fosforo, ma soprattutto di incontristi puri.

La fase d’attacco della Signora, poi, risulta essere lenta e prevedibile, con l’ariete croato generoso come pochi, ma inadatto a far ripartire velocemente l’azione sul binario di sinistra.

La sostituzione di Dybala l’altra sera a Lisbona e quelle di Higuain nelle precedenti occasioni, invece del numero 17; rimarcano il concetto di “sacralità” di Mr no good.

Insomma, perchè insistero su un modulo arrancante, solo per incastrare con forza due pezzi di un puzzle?

La risposta la saprà solo l’allenatore bianconero, fedele ad un proprio ragionamento interiore.

La speranza è che la coscienza comune prevalga sull’orgoglio, inventando in corsa un nuovo assioma capace di creare un teorema vincente, con la Juventus in testa, come una stagione fa.

 

 

 

 

 

Paura di cosa?

champions

 

 

E’ paradossale come dinanzi ad un evento tanto atteso e desiderato, si cada nella fobia dell’ ansia da prestazione; con un risultato ancora lontano anni luce dalle aspettative.

La Juventus e la Champions, binomio da sempre ostile ad un armistizio di pace, continua a regalare puntate fedeli ad un copione privo di colpi di scena.

Cardiff: quello che doveva essere un epilogo utile alla fioritura di una nuova esistenza europea, ad oggi, pare essere l’anello di congiunzione di una storia infinita.

La scossa emotiva e materiale da quella deludente notte in terra gallese, aveva messo a nudo i freni psico-fisici di una squadra, incapace di tagliare il traguardo ad un centimetro dalla gloria.

Quella paura di toppare l’ennesima finale radicata negli occhi di Dybala e compagni e balenante nella mente di Massimiliano Allegri per tuti i 90 minuti; aleggia ancora oggi, da padrone, nella psiche della Signora.

La Juventus è lontana parente di quella vista nella Serie A, al di là dell’avversario e del contesto inconsueto rispetto alla routine nazionale.

Il girone eliminatorio attuale, assolutamente alla portata dei bianconeri; doveva essere l’occasione utile per il cambio di rotta verso una mentalità nuova e azzardante.

Nulla di questo, invece: la Juventus sfaldata come una brioche di pastafrolla dopo il primo gol subito al Camp Nou e quella arrancante in casa contro Olympiakos e Sporting Lisbona; ha fatto da contorno alla prestazione preoccupante, di ieri sera in terra portoghese.

L’occasione di chiudere la prima fase anticipatamente, dedicandosi con calma alla rimonta in Campionato; ha lasciato il campo alla paura della sconfitta.

Il primo tempo completamente regalato alla modesta squadra di Jorge Jesus (per altro depauperata da tre titolari) ha ricalcato l’andazzo iniziale della Juventus formato europeo.

La rete subita ad opera di Bruno Cesar dopo 20 minuti è la perfetta fotografia dello stato ansioso di Buffon e compagni.

Una squadra completamente schiacciata all’indietro, preoccupata solo di chiudere tutte le linee di passaggio; una difesa  statica e quasi impotente dinanzi alla ribattuta di Buffon culminata nel tap -in vincente del calciatore brasiliano.

Quella rimonta confusionaria e a tratti disperata del secondo tempo, finita nel miracoloso gol di Higuain; non basta a riempire un bicchiere più vuoto che pieno.

Il passaggio, salvo clamorosi svarioni inattesi, dovrebbe materializzarsi nelle prossime due sfide: ma rimane un interrogativo, ad oggi, ancora irrisolto.

Perchè la Juve gioca con la paura una partita di Champions?

Per carità, il percorso in questi ultimi tre anni, terminato nelle due finali nella medesima competizione dovrebbero distruggere sul nascere questa domande; eppure le fondamenta per essa ci sono tutte.

Lo si capisce dagli approcci molli e timorosi dei primi 45 minuti, antecedenti quella reazione orgogliosa e libera della seconda frazione di gioco.

Lo si intuisce da un Dybala quasi terrorizzato dalla paura di provare una giocata ad effetto, tipica della Domenica.

La Joya è il ritratto di una squadra conservativa e ossessivamente razionale, la stessa che contro il Real Madrid lo scorso 3 Giugno è crollata nei 45 minuti conclusivi della contesa.

Anche e soprattutto Massimiliano Allegri non cavò fuori la carta Cuadrado per il tramortito Barzagli, 5 minuti prima che si aprissero le acque del successo madrileno.

La paura di minare un equilibrio comunque pericolante minuto dopo minuto, ebbe la meglio sulla voglia di rischiare qualcosa di nuovo ed enigmatico, per il raggiungimento del successo.

Gli acquisti di Douglas Costa e Bernardeschi, uniti all’arrivo di un mastino di centrocampo come Matuidi; avrebbero dovuto smantellare le scuse di una panchina corta in quella infausta serata.

Oggi, però, la riconferma di un inadeguato Khedira (costantemente sottoritmo a questi livelli) a centrocampo e dell’adattato Mandzukic sull’esterno d’attacco; non danno adito a quella convinta rivoluzione voluta fermamente dal tecnico livornese in estate per cambiare marcia in Champions League.

La paura di essere la sorella di quella squadra ammirata ed osannata in Italia c’è ancora: con la speranza che sia un ulteriore carica rabbiosa e positiva da trasformare nel tempo.

Vincere la propria paura dovrà essere la sfida più importante della Juventus di Coppa: prima che l’ennesima finale si materializzi a presentare un conto, questa volta, si spera, dolce e libero dagli ossessivi fantasmi di un mercoledì di Champions.

 

 

 

Il Pipita non si discute: si ama

gonzalo

 

 

 

Ora magari basteranno due gol per silenziare gli scettici; una notte da protagonista per far cambiare rapidamente il giudizio su un campione.

Chissà quante volte lo avrà pensato in cuor suo Gonzalo Higuain e ultimamente lo ha anche esplicitato, con quel pizzico di rabbia pronta a essere tramutata in benzina da campo.

Il Pipita espugna San Siro con una prestazione maiuscola, condita da due gol di raffinata bellezza e pesante efficienza sul risultato finale.

Le due gemme ricamate sul prato milanese hanno condotto la Signora sulla retta via, dribblando le trappole che il diavolo poteva tendere in un angusta serata di fine Ottobre.

Gonzalo ha mostrato ancora una volta perchè risulta essere per una buona fetta dei colleghi e di allenatori di mezza europa, uno dei primi 5 attaccanti al mondo.

La velocità di pensiero e quella capacità di tagliare il pallone in una frazione di secondo è merce rara a trovarsi nel continente nostrano; una sentenza per i portieri.

La mini crisi ideata dai “media” nazionali sull’ex puntero del Napoli, in realtà, sa quasi da prezzo da pagare su un calciatore arrivato a peso d’oro alla più forte società italiana.

Già, una rarità vedere come il club di Galileo Ferraris, restìo a spese esagerate nel corso della propria gloriosa storia, abbia dispensato fior di quattrini per l’asso albiceleste.

Higuain, uno che ha sempre risposto sul campo a idiozie e provocazioni dall’esterno; ha atteso ancora una volta il momento opportuno per riprendere a fare quello che gli riesce naturale: segnare.

La maggiore propensione ad un gioco d’attacco sviluppata nelle ultime settimane dagli uomini di Allegri, unita ad una condizione fisica eccellente del Pipita; ha fatto sì che il fuoriserie targato 9, iniziasse ad impallinare i portieri avversari, come suo solito.

Ora che il motore si è acceso e che le curve diventeranno sempre più tortuose, ci sarà da divertirsi e magari da zittirsi, a seconda dell’opinabile pensiero altrui.

Gonzalo Higuain è tornato, o in verità c’è sempre stato: come dimostrano i 101 centri in Serie A, una sciccherìa appartenente a pochi.

La Champions, forse, l’unica ancora di salvataggio per chi proverà a buttarlo giù ancora: o semplicemente l’ennesima benzina pronta a far sfrecciare Il Pipita verso il prossimo gol; il più bello, il più pesante.

 

 

 

 

 

EQUILIBRIO INSTABILE

allegri spal

 

 

Mai fermarsi all’apparenza tralasciando i particolari: un dogma ancor più sacro da rispettare se il soggetto in questione è la Juventus.

Nulla è lasciato al caso, ogni casella deve essere al suo posto; come testimoniano sei anni di successi tutti ad un fiato, intravedendo spesso nella Signora i tratti della “perfezione” pallonara.

Le 31 reti messe a segno nelle prime  10 partite di serie A (record infranto dopo 65 anni di torneo); cozzano con le 10 marcature subite da Buffon e compagni in altrettante gare disputate fin qui, una rarità.

Già, perchè la facilità con la quale gli avversari infilzano la retroguardia bianconera, sfruttandone i cali di tensione improvvisi e costanti è un dato che potrebbe rivelarsi deleterio cammin facendo.

Certo nel calcio basta fare un gol in più del nemico per avere la meglio e potenziale alla mano la nuova Juventus può seriamente percorrere tale strada; ma in Italia questo dato spesso non basta a rivelarsi decisivo.

I bianconeri dal canto loro, hanno sempre fondato i propri successi sul reparto difensivo, zoccolo costante della nazionale italiana; chiave di volta di più di 30 scudetti messi in cassaforte.

Le cessioni di Dani Alves e Bonucci, rimpiazzati da colleghi infortunati o rispolverati dopo essere messi nel dimenticatoio; non bastano a riassumere completamente la “malattia” da gol preso.

Troppo evidente è l’approccio sonnolento con il quale gli uomini di Allegri iniziano una frazione di gioco e molto marcata è la paura di essere ripresi quando il risultato è in bilico e gli avversari alzano il ritmo di gioco.

Particolari questi, che non possono essere lasciati per strada, se si vuole tentare l’impresa (quest’anno ancor più complicata) di confermare la propria egemonia sul territorio nazionale.

Ecco allora che la coppia di ali pregiate acquistate a suon di milioni sul mercato (Douglas Costa e Bernardeschi); ad oggi raramente potranno far parte sistematicamente degli 11 titolari.

Cuadrado e Mandzukic, pur con minore qualità dei due mancini, posseggono quel sacrificio tattico che permette alla Signora di equilibrare un centrocampo lento e una difesa spesso traballante.

Insomma, il tempo servirà ad Allegri per raddrizzare questo equilibrio instabile, confidando anche nel recupero dei nuovi innesti difensivi infortunati o addirittura nel mercato invernale.

La Juventus nel frattempo dovrà cambiar marcia a livello mentale; perchè mai come quest’anno Buffon e compagni, trovando il giusto bilanciamento, potrebbero sfoderare un bolide da guerra.