Le parole non servono più

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Ora, forse, è tempo di riflettere sul serio, silenziosamente.

La sconfitta, così, pesante è sempre un cazzotto tremendo allo stomaco; organo, però, che mai come in questa stagione, sembrava quasi pronto ad una pericolosa indigestione.

Già, perché la Juventus che cade inerme sotto i colpi di un discreto Atletico Madrid, in realtà, era una macchina programmata temporalmente per questa avversità.

A nulla servono le solite parole coriacee di Massimiliano Allegri nella conferenza di vigilia, se poi quell’indole “cagonesca” continua a balenare nella mente del tecnico livornese e ad incenerire il capo di ogni bianconero.

Pazienza se ti chiami Cristiano Ronaldo, piuttosto che Morata o Higuain; la storia non sembra mutare di una virgola.

In trasferta la voglia di far trascorrere il tempo “cazzeggiando” sul prato verde è troppo più forte di una trama offensiva o di un tiro nello specchio della porta nemica.

Mentalità che non può dar i suoi frutti in una competizione dove vince chi segna un gol in più del contendente; senza esasperati tatticismi.

I due rischi sugli episodi da Var (giustamente valutati), la grazia di Diego Costa e il miracolo di Szczęsny su Griezmann, non potevano culminare in un fortunato 0-0.

Perchè il calcio europeo è questo: si gioca fino al 90’ cercando di ammazzare il nemico con ogni arma possibile a disposizione, senza immaginare una sfida di ritorno.

Certo, il mediocre centrocampo juventino non ha aiutato Cristiano e compagni; ma è la matrice mentale, fortemente malata, che fornisce medesimi risultati temporali.

E così, dopo la beffa di Monaco contro il Bayern del 2016, la rimonta mancata di un soffio dell’anno passato contro il Real, si aggiunge anche l’orribile disfatta del Wanda Metropolitano.

Cadute rovinose, mai frutto del caso, quando tiri i remi in barca a risultato favorevole, giocando con la clessidra del tempo; quando le sostituzioni vengono congelate per un futuro che di colpo sembra non aver più senso.

Sovrastrutture mentali che Massimiliano Allegri, da Livorno, ha cementato nel cervello, nonostante i prodotti europei non abbiano fornito un’impalcatura reggente alla propria idea.

Visone footballistica che non può basarsi solo sui parametri discutibili del campionato nostrano; ma deve andare oltre, per il bene della Juventus, della sua storia.

Un blasone quello della Vecchia Signora che, dopo l’acquisto del secolo, potrebbe subire una macchia difficile da debellare nel tempo, salvo clamorosi miracoli calcistici.

Campana che, qualora il ritorno a Torino non dovesse dare i difficili frutti sperati, dovrà svegliare Andrea Agnelli, da sogni utopistici.

Perchè non bastano le figurine per stampare il proprio nome sull’albo d’oro, se mancano i fondamentali: i più importanti.

Gli anni possono anche passare, ma se l’idea che sta alla base di una vittoria è quella giusta, i risultati prima o poi arriveranno.

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