L’inutile quarto d’ora di Mandzukic

.Il sacrificio per un attaccante moderno è importante, a patto che l’eccesso di esso non determini in negativo il bilanciamento di una squadra.

Mario Mandzukic, inutile girarci intorno, rappresenta l’ago della bilancia del reparto medio-avanzato: appunto di quel settore ben delineato.

Troppo elevato il peso specifico del croato nell’economia del gioco allegriano; fondamentale il proprio apporto per liberare la classe infinita di Cristiano Ronaldo.

La sua presenza nella gara casalinga contro il Parma ha sviluppato finalmente manovre tattiche e azioni da gol, che negli ultimi mesi erano diventate pure chimere.

Tutto molto bello, eccetto quel solito vizietto, oramai radicato nell’indole di Mario, che ne ha determinato la solita sofferenza finale, condita dal beffardo pareggio emiliano: l’abbassamento del proprio raggio di azione.

Dettaglio che non ha mutato un giudizio su MM17 limpido e costante nel tempo, da 4 stagioni e mezzo or sono, sotto l’ombra della Mole.

Un centravanti vecchio stampo, capace di far reparto da solo, di far giocare bene il proprio partner d’attacco;  di essere puntuale come un orologio svizzero nelle serate che contano.

Identikit che lo ha portato negli anni a vincere tanto, a decidere una Champions League con il Bayern e a sfiorarne un’altra con la Juventus; a trascinare la propria nazionale croata in finale di Coppa del Mondo.

Peculiarità che oggi sembrano passare all’occhio del tifoso bianconero in secondo piano, dinanzi ad una scivolata a centrocampo o ad un recupero difensivo nei minuti finali.

Una maschera che Mario si è cucito con orgoglio sul viso, sospinto dal calore del tifoso, ma che in fin dei conti rischia di creare effetti collaterali alla Vecchia Signora.

Non è un caso che quando il numero 17 juventino decide di arretrare la propria posizione, smosso da quel senso patriottico di difendere un risultato di vantaggio, la squadra di Allegri smetta di giocare, ponendo pericolosamente il fianco al nemico.

Sia chiaro non è l’errore sul gol di Gervinho (anche se si poteva buttare la palla in tribuna, senza uscire a testa alta da un groviglio di gambe) il punto focale: ma un atteggiamento ripetitivo in ogni partita.

Una sorta di aiuto “dovuto”, che pone la squadra in una situazione di evidente difficoltà nell’uscire dalla metà campo avversa e di schiacciarsi , attendendo solo il triplice fischio finale.

Canovaccio, questo che nel campionato italiano, spesso, ha creato danni minimi, ma che in Champions League ha avuto ripercussioni pesanti e ripetitive.

Monaco 2016, nella clamorosa rimonta del Bayern, iniziata proprio con la sostituzione Morata-Mandzukic e Madrid dello scorso anno, dove dopo una gara mastodontica, SuperMario e la Juventus decisero di difendere il risultato, invano.

Esasperazione del concetto difensivo, che Allegri ha inculcato nella mente di una squadra, quasi masoschisticamente goduriosa in quei momenti concitati.

Una prassi che dovrà essere eliminata del tutto, invece, se quella meta europea vuol essere un paradiso concreto e non immaginario.

Obiettivo che dovrà essere raggiunto lungo un sentiero diverso da quello snocciolato negli ultimi anni; fatto di coraggio, attacco e voglia di colpire l’avversario fino all’ultimo secondo utile.

Preferendo, magari con un gol di Mandzukic al 90′, più che ad un recupero del croato in zona difensiva nei soliti infuocati finali.

 

 

 

 

 

 

 

 

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