Incastri di convenienza

meglio marotta

E’ apparentemente più semplice preservare la base di un puzzle che rischiare di incastonarlo con pezzi nuovi di zecca.

Il pensiero finale di un ragionamento sotterraneamente modellato nei meandri di una stagione, alla fine ha portato Agnelli e company alla conferma di Massimiliano Allegri.

Un percorso che sembrava agli sgoccioli già nella triste serata di Cardiff, proseguito affannosamente nell’odierna stagione (della leggenda); deciso a continuare il proprio tragitto, al netto di ostacoli ancor più pericolosi.

Ciò che visibilmente era sembrato più volte scricchiolare agli occhi della gente da casa e dal campo di gioco, viene rinsaldato nuovamente, tenendo fede ad una logica di società comunque materialmente producente.

Già, forse è proprio questa la forza continuativa della Juventus; capace di raggiungere concreti obiettivi, anteponendo il concetto di famiglia a quello del singolo uomo.

Dogma questo, che va a braccetto a quel principio di aziendalismo, ancor più marcato nella gestione attuale della Vecchia Signora che in quella passata.

Massimiliano Allegri, in fondo, ha portato a casa in 4 anni tutti i trofei possibili e raggiungibili nel territorio nazionale.

Se a ciò, si aggiunge il costante buon posizionamento nell’èlite europea, con tanto di primo turno passato sistematicamente in Champions League; il quadro monetario non può che essere soddisfacente.

La Juventus, dal canto suo è sì passione sentimentale e gloria sportiva, ma oggigiorno è anche e soprattutto una perfetta macchina aziendale.

La vendita di un tassello tanto affascinante quanto minerario è una prassi pericolosamente ripetitiva; con tanto di benestare di un allenatore fedele anima e cuore al progetto societario.

Ne consegue così, che il continuo ripristino sportivo ed economico di un progetto fruttuoso, continui la propria “catena di montaggio”.

Motivo per il quale la dirigenza, nonostante la nube dinanzi alla reale incidenza dell’ Allegri pensiero sui trionfi bianconeri; è decisa a non smontare il fedele quanto redditizio marchingengo.

Un puzzle, appunto, dove risultati sportivi ed conomici devono prevalere sul mantenimento in rosa del singolo campione, spesso venerato dal tifoso.

Se a ciò, si aggiunge il ragionato rifiuto di aggiungere al bilancio un esborso economico per un doppio allenatore; ecco che l’unica soluzione del divorzio Allegri-Juventus, sarebbe dovuta passare dalla decisione del tecnico livornese.

Scelta, quella del toscano, durante la stagione, apparentemente incanalata in un verso, ma poi razionalmente diretta nel suo opposto.

La protezionistica tranquillità inferta dalla famiglia bianconera, sommata all’inesistenza o quasi di concrete offerte reali da top club europei; non hanno posto ulteriori interrogativi sulla volontà di restare alla Juventus.

Una nuova sfida questa con la solita matrice ben delineata; vincere ciò che è più raggiungibile, tenendo in moto l’oleato marchingengo.

Futuro che porterà il tifoso medio bianconero ad aspirare logicamente a nuovi trofei nostrani, distogliendolo dal nocciolo fondamentale di un problema: la Champions League.

Può la Juventus riportare a casa la maledetta Coppa, con un tecnico gestionalmente perfetto ma strategicamente poco avvezzo a compiere l’ultimo “coraggioso” passo continentale?

Il tutto con il concreto pericolo che risaltino annualmente i Dybala di turno, ricominciando da zero un nuovo disegno ludico?

Al campo le solite risposte, su una Champions League, che incastri di convenienza alla mano, dovrà essere intesa come sogno e non obiettivo.

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