Il nemico non canta più

costa

E’ meglio godere di quello che si ha che immaginare di farlo su un corpo altrui.

Alla fine la sentenza rischia di essere ancora una volta la stessa, nonostante le solite speranze nata in estate e affievolitesi in primavera.

La Juventus dei cannibali annichilisce la Sampdoria, trainata da un super Douglas Costa, facendo ritornare nel baratro della sconfitta i nemici.

Certo è che la notte del Bernabeu e la rabbia di Buffon erano diventati linfa vitale per un popolo, quello antijuventino, perennemente frustrato e condannato all’ennesimo atto di autoerotismo sportivo.

Peccato, però, che come tutti i trofei immaginari, a fine stagione, essi non facciano altro che aumentare il magone, per quello che poteva e ancora una volta, non è stato, di concreto.

I bianconeri, dal canto loro, vivono, nella gioia e nel dolore, di titoli conquistati o lambiti per il rotto della cuffia; semplicemente essendo i protagonisti diretti del solito colossal cinematografico.

Gli eroi zebrati, sono gli stessi, che tre giorni dopo lo scippo di Madrid; si sono rialzati all’istante, facendo ciò che gli ha contraddistinti in 100 e passa anni di storia: vincere.

La vittoria contro la Sampdoria è la dimostrazione di come il concetto di alibi non sussista per fermare una stagione, ancora vicina al taglio del traguardo.

Poco importa che gli uomini di Allegri abbiano archiviato la pratica doriana con il minimo sforzo; poggiando su uno stellare Douglas Costa (l’uomo in più stagionale) il ritrovato Howedes e la solita grinta di Mario Mandzukic.

Ciò che più contava era ritrovare gli stimoli, per risollevarsi dal tonfo rovinoso; una sensazione che solo il diretto protagonista può provare sulla propria pelle.

Già, quella spiacevole percezione di vuoto dopo una scalata vertiginosa a mani nude; passata in secondo piano dalle solite chiacchere e ramanzine, usate come scudi per distogliere l’attenzione sulla triste realtà nemica.

La Juventus non muore mai e volta pagina con una freddezza disarmante: un’infelice reazione, che come una mortale mazzata, annichilisce l’avversario sul più bello.

Proprio mente la goduria immaginaria stava per prendere il sopravvento: riportando il nemico, verso il solito, autoerotismo sportivo.

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