Paura di cosa?

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E’ paradossale come dinanzi ad un evento tanto atteso e desiderato, si cada nella fobia dell’ ansia da prestazione; con un risultato ancora lontano anni luce dalle aspettative.

La Juventus e la Champions, binomio da sempre ostile ad un armistizio di pace, continua a regalare puntate fedeli ad un copione privo di colpi di scena.

Cardiff: quello che doveva essere un epilogo utile alla fioritura di una nuova esistenza europea, ad oggi, pare essere l’anello di congiunzione di una storia infinita.

La scossa emotiva e materiale da quella deludente notte in terra gallese, aveva messo a nudo i freni psico-fisici di una squadra, incapace di tagliare il traguardo ad un centimetro dalla gloria.

Quella paura di toppare l’ennesima finale radicata negli occhi di Dybala e compagni e balenante nella mente di Massimiliano Allegri per tuti i 90 minuti; aleggia ancora oggi, da padrone, nella psiche della Signora.

La Juventus è lontana parente di quella vista nella Serie A, al di là dell’avversario e del contesto inconsueto rispetto alla routine nazionale.

Il girone eliminatorio attuale, assolutamente alla portata dei bianconeri; doveva essere l’occasione utile per il cambio di rotta verso una mentalità nuova e azzardante.

Nulla di questo, invece: la Juventus sfaldata come una brioche di pastafrolla dopo il primo gol subito al Camp Nou e quella arrancante in casa contro Olympiakos e Sporting Lisbona; ha fatto da contorno alla prestazione preoccupante, di ieri sera in terra portoghese.

L’occasione di chiudere la prima fase anticipatamente, dedicandosi con calma alla rimonta in Campionato; ha lasciato il campo alla paura della sconfitta.

Il primo tempo completamente regalato alla modesta squadra di Jorge Jesus (per altro depauperata da tre titolari) ha ricalcato l’andazzo iniziale della Juventus formato europeo.

La rete subita ad opera di Bruno Cesar dopo 20 minuti è la perfetta fotografia dello stato ansioso di Buffon e compagni.

Una squadra completamente schiacciata all’indietro, preoccupata solo di chiudere tutte le linee di passaggio; una difesa  statica e quasi impotente dinanzi alla ribattuta di Buffon culminata nel tap -in vincente del calciatore brasiliano.

Quella rimonta confusionaria e a tratti disperata del secondo tempo, finita nel miracoloso gol di Higuain; non basta a riempire un bicchiere più vuoto che pieno.

Il passaggio, salvo clamorosi svarioni inattesi, dovrebbe materializzarsi nelle prossime due sfide: ma rimane un interrogativo, ad oggi, ancora irrisolto.

Perchè la Juve gioca con la paura una partita di Champions?

Per carità, il percorso in questi ultimi tre anni, terminato nelle due finali nella medesima competizione dovrebbero distruggere sul nascere questa domande; eppure le fondamenta per essa ci sono tutte.

Lo si capisce dagli approcci molli e timorosi dei primi 45 minuti, antecedenti quella reazione orgogliosa e libera della seconda frazione di gioco.

Lo si intuisce da un Dybala quasi terrorizzato dalla paura di provare una giocata ad effetto, tipica della Domenica.

La Joya è il ritratto di una squadra conservativa e ossessivamente razionale, la stessa che contro il Real Madrid lo scorso 3 Giugno è crollata nei 45 minuti conclusivi della contesa.

Anche e soprattutto Massimiliano Allegri non cavò fuori la carta Cuadrado per il tramortito Barzagli, 5 minuti prima che si aprissero le acque del successo madrileno.

La paura di minare un equilibrio comunque pericolante minuto dopo minuto, ebbe la meglio sulla voglia di rischiare qualcosa di nuovo ed enigmatico, per il raggiungimento del successo.

Gli acquisti di Douglas Costa e Bernardeschi, uniti all’arrivo di un mastino di centrocampo come Matuidi; avrebbero dovuto smantellare le scuse di una panchina corta in quella infausta serata.

Oggi, però, la riconferma di un inadeguato Khedira (costantemente sottoritmo a questi livelli) a centrocampo e dell’adattato Mandzukic sull’esterno d’attacco; non danno adito a quella convinta rivoluzione voluta fermamente dal tecnico livornese in estate per cambiare marcia in Champions League.

La paura di essere la sorella di quella squadra ammirata ed osannata in Italia c’è ancora: con la speranza che sia un ulteriore carica rabbiosa e positiva da trasformare nel tempo.

Vincere la propria paura dovrà essere la sfida più importante della Juventus di Coppa: prima che l’ennesima finale si materializzi a presentare un conto, questa volta, si spera, dolce e libero dagli ossessivi fantasmi di un mercoledì di Champions.

 

 

 

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