Il Pipita non si discute: si ama

gonzalo

 

 

 

Ora magari basteranno due gol per silenziare gli scettici; una notte da protagonista per far cambiare rapidamente il giudizio su un campione.

Chissà quante volte lo avrà pensato in cuor suo Gonzalo Higuain e ultimamente lo ha anche esplicitato, con quel pizzico di rabbia pronta a essere tramutata in benzina da campo.

Il Pipita espugna San Siro con una prestazione maiuscola, condita da due gol di raffinata bellezza e pesante efficienza sul risultato finale.

Le due gemme ricamate sul prato milanese hanno condotto la Signora sulla retta via, dribblando le trappole che il diavolo poteva tendere in un angusta serata di fine Ottobre.

Gonzalo ha mostrato ancora una volta perchè risulta essere per una buona fetta dei colleghi e di allenatori di mezza europa, uno dei primi 5 attaccanti al mondo.

La velocità di pensiero e quella capacità di tagliare il pallone in una frazione di secondo è merce rara a trovarsi nel continente nostrano; una sentenza per i portieri.

La mini crisi ideata dai “media” nazionali sull’ex puntero del Napoli, in realtà, sa quasi da prezzo da pagare su un calciatore arrivato a peso d’oro alla più forte società italiana.

Già, una rarità vedere come il club di Galileo Ferraris, restìo a spese esagerate nel corso della propria gloriosa storia, abbia dispensato fior di quattrini per l’asso albiceleste.

Higuain, uno che ha sempre risposto sul campo a idiozie e provocazioni dall’esterno; ha atteso ancora una volta il momento opportuno per riprendere a fare quello che gli riesce naturale: segnare.

La maggiore propensione ad un gioco d’attacco sviluppata nelle ultime settimane dagli uomini di Allegri, unita ad una condizione fisica eccellente del Pipita; ha fatto sì che il fuoriserie targato 9, iniziasse ad impallinare i portieri avversari, come suo solito.

Ora che il motore si è acceso e che le curve diventeranno sempre più tortuose, ci sarà da divertirsi e magari da zittirsi, a seconda dell’opinabile pensiero altrui.

Gonzalo Higuain è tornato, o in verità c’è sempre stato: come dimostrano i 101 centri in Serie A, una sciccherìa appartenente a pochi.

La Champions, forse, l’unica ancora di salvataggio per chi proverà a buttarlo giù ancora: o semplicemente l’ennesima benzina pronta a far sfrecciare Il Pipita verso il prossimo gol; il più bello, il più pesante.

 

 

 

 

 

EQUILIBRIO INSTABILE

allegri spal

 

 

Mai fermarsi all’apparenza tralasciando i particolari: un dogma ancor più sacro da rispettare se il soggetto in questione è la Juventus.

Nulla è lasciato al caso, ogni casella deve essere al suo posto; come testimoniano sei anni di successi tutti ad un fiato, intravedendo spesso nella Signora i tratti della “perfezione” pallonara.

Le 31 reti messe a segno nelle prime  10 partite di serie A (record infranto dopo 65 anni di torneo); cozzano con le 10 marcature subite da Buffon e compagni in altrettante gare disputate fin qui, una rarità.

Già, perchè la facilità con la quale gli avversari infilzano la retroguardia bianconera, sfruttandone i cali di tensione improvvisi e costanti è un dato che potrebbe rivelarsi deleterio cammin facendo.

Certo nel calcio basta fare un gol in più del nemico per avere la meglio e potenziale alla mano la nuova Juventus può seriamente percorrere tale strada; ma in Italia questo dato spesso non basta a rivelarsi decisivo.

I bianconeri dal canto loro, hanno sempre fondato i propri successi sul reparto difensivo, zoccolo costante della nazionale italiana; chiave di volta di più di 30 scudetti messi in cassaforte.

Le cessioni di Dani Alves e Bonucci, rimpiazzati da colleghi infortunati o rispolverati dopo essere messi nel dimenticatoio; non bastano a riassumere completamente la “malattia” da gol preso.

Troppo evidente è l’approccio sonnolento con il quale gli uomini di Allegri iniziano una frazione di gioco e molto marcata è la paura di essere ripresi quando il risultato è in bilico e gli avversari alzano il ritmo di gioco.

Particolari questi, che non possono essere lasciati per strada, se si vuole tentare l’impresa (quest’anno ancor più complicata) di confermare la propria egemonia sul territorio nazionale.

Ecco allora che la coppia di ali pregiate acquistate a suon di milioni sul mercato (Douglas Costa e Bernardeschi); ad oggi raramente potranno far parte sistematicamente degli 11 titolari.

Cuadrado e Mandzukic, pur con minore qualità dei due mancini, posseggono quel sacrificio tattico che permette alla Signora di equilibrare un centrocampo lento e una difesa spesso traballante.

Insomma, il tempo servirà ad Allegri per raddrizzare questo equilibrio instabile, confidando anche nel recupero dei nuovi innesti difensivi infortunati o addirittura nel mercato invernale.

La Juventus nel frattempo dovrà cambiar marcia a livello mentale; perchè mai come quest’anno Buffon e compagni, trovando il giusto bilanciamento, potrebbero sfoderare un bolide da guerra.

 

 

 

Dybala-Allegri e quel precedente “Tevez”: questione di feeling…

dybala

 

 

Gli argentini sono così: incantano, esaltano la platea, il più delle volte sono coloro che  decidono la partita in un battito di ciglia.

A volte, però, possono essere facilmente irascibili  e infiammabili, soprattutto se il campo non esplica in qualche infausta domenica il loro prezioso talento.

Paulo Dybala è uno di questi: il degno successore sudamericano di Omar Sivori in bianconero, capace di prendersi per mano la Signora dopo sole due stagioni, facendo adorare nuovamente quel numero 10 impresso sulla maglia juventina.

Le sue serpentine, il  tocco vellutato e soprattutto la varietà infinita di gol nel suo reportorio, hanno condotto la Joya di prepotenza nei cuori del popolo bianconero, rispecchiato in pieno nella sagoma del fuoriclasse di Laguna Larga.

Le 10 gemme messe a segno in questo primo scorcio di campionato hanno prematuramente aizzato l’enorme paragone con Leo Messi, prima di scaricare nelle ultime giornate il pallottoliere di Paulo.

Dybala si è improvvisamente spento: complice forse quei due penalty pesanti come un macigno nella classifica odierna.

Per carità, il torneo è ancora lungo e le tre lunghezze di distanza dal Napoli, possono essere ampiamente risucchiate dalla corazzata di Allegri: eppure il nervosismo serpeggia sul fuoriclasse argentino.

L’insulto di Domenica ad Udine a Massimiliano Allegri, nel momento della sua uscita dal campo, ha richiamato alla memoria una scenetta analoga avvenuta in passato con protagonista un altro albiceleste: Carlos Tevez.

Anche in quella circostanza nella famosa semifinale di andata Juventus-Real Madrid del 2015; l’Apache sbraitò nei confronti del tecnico livornese farfugliando il famoso “cagon”.

Insomma è chiaro che i due estrosi argentini mal digeriscano il rigore tattico e il razionalismo a tratti esasperato del tecnico livornese.

Dybala migliorato fisicamente e mentalmente alla Juventus, è diventato un calciatore completo; grazie anche alla trasformazione attuata da Allegri nei suoi confronti, arretrandolo da punta a trequartista puro.

Chiaro, però, che la fatica accumulata settimanalmente dal numero 10 argentino in quel ruolo non può far altro che annebbiare in alcune partite la propria mira dinanzi alla porta.

Per chi vive con l’ossessione del gol e della consacrazione europea a livello personale; il rapporto Dybala-Allegri potrebbe essere borderline nel corso di tutta la stagione.

Nulla di allarmante per carità, ma è logico aspettarsi che fra i due regnerà la convivenza professionale, più che umana.

La Juventus al momento sembra essere la nave desiderata, sulla quale i due salperanno ancora per navigare mari tumultuosi, ma al tempo spesso, si spera, ancora ricchi di successi.

A isola raggiunta, poi, ci sarà un nuovo capitolo da affrontare: perchè spesso nel campo come nella vita, non vi è nessuna formula magica, se alla base barcolla un sentimento chiamato “feeling”.

 

 

 

 

Grazie VAR e scusate il ritardo!

udinese juve

 

Mai infastidire un leone che dorme.

Era questo, forse, l’auspicio internamente sperato da Napoli e Inter, per far sì che quest’anno il campionato potesse perdere per strada il nemico più atteso.

Nulla da fare invece: la Juventus  risponde presente alla Dacia Arena, asfaltando l’Udinese all’interno di una partita piena di trappole.

Già perchè dopo nove giornate di Campionato, non si è ancora capito il reale senso del VAR: soprattutto se il mezzo tecnologico sia applicato alla Signora.

Il pastrocchio di Doveri nell’occasione del rigore non dato ai danni di Mandzukic, con annessa espulsione ( puerile) del croato, condito dal lampante fuorigioco di Danilo sul 2-2, avrebbe potuto ammazzare un gigante.

Gli uomini di Allegri, questa volta, tirano fuori la caratteristica smarrita per strada, trovata magicamente nel piovoso pomeriggio di Udine: la fame di vittoria.

Il sacrificio nel compattarsi in 10 contro 11 per 70 minuti, ha fatto sì che i campioni d’Italia creassero molte più occasioni quest’oggi che nelle prime 11 apparizioni stagionali.

Higuain ancora sfortunato e poco sollecitato in zona gol si traveste da Mandzukic, aggiungendo però quella raffinata qualità tecnica mancante al croato; aprendo varchi prelibati ai centrocampisti bianconeri.

Khedira tornato in versione mina vagante entra come una lama nel burro della difesa friulana e Rugani fa il Bonucci in zona offensiva, mettendo una pezza all’ennesima prestazione titubante nel proprio ruolo.

La macchina da gol sembra aver incominciato a trivellare di colpi gli avversari; mentre il reparto difensivo continua a non avere la sicurezza ed i numeri degli anni migliori.

La Signora, però, con ritardo è tornata ad avere pericolosamente fame, sfruttando questa volta uno chef insolito e paradossale: il VAR.

 

 

Mandzukic salva l’insalvabile: ma qualcosa di fondo non va

marione

 

La Juventus ha i campioni: forse è questa ad oggi l’unica differenza fra una squadra qualunque e la balbettante e a tratti enigmatica Signora.

Sembrerebbe cruda come definizione, ma ad oggi la realtà pare essere lampante sotto gli occhi di tutti.

La Juventus è un minestrone di concetti indefiniti, un crogiulo di singoli che improvvisano per 90 minuti un copione portato avanti dalle sensazioni del momento.

Quella che ieri doveva essere la partita della riscossa nervosa dopo il tonfo casalingo contro la Lazio, si è tramutata nella solita agonia di gioco ed emozioni.

I bianconeri, hanno annaspato per 93′ al cospetto di uno Sporting Lisbona altamente mediocre; capace però di colpire le barcollanti certezze dei padroni di caso alla prima occasione utile.

Ed è proprio questo uno dei punti cardine non ancora svelati: cosa succede alla tenuta psicologica di Buffon e compagni?

Sarà lo stress di 6 anni condotti psichicamente sul filo del rasoio o magari la paura dell’avversario di turno; fatto sta che spesso e volentieri gli uomini di Allegri vengono infilzati quando il nemico preme sull’acceleratore per recuperare o sbloccare il risultato.

La magia di Pjanic su calcio di punizione, avrebbe dovuto riaprire una nuova storia, lunga 50 e passa minuti.

Nulla da fare, invece; la Signora, così come accadde contro la Lazio, nel momento del forcing, cade nella confusione più totale, senza che vi sia una triangolazione elementare degna di nota.

La continua ricerca della palla lunga  e dei crossi sull’esterno, non fanno altro che penalizzare Higuain e Dybala; generosi sì, ma inadatti a duellare nelle mischie rugbystiche.

La Joya è sfiduciato, il Pipita sembra maggiormente preoccupato a lavorare sporco che a finalizzare; spesso e volentieri Chiellini si avventura in continenti, fino a qualche tempo fa a lui ignoti.

La spossattezza nel viso dei bianconeri, chiosa su una condizione fisica incomprensibilmente e costantemente indietro rispetto alle altre compagini.

Insomma, la rete del solito Mandzukic (sempre più bello di notte), sulla prima palla toccata da Douglas Costa, pone l’ultimo enigma della serata.

Per quale motivo il brasiliano e Bernardeschi sono stati presi a quelle cifre, se possono alternarsi con il contagocce per l’ultimo quarto d’ora finale?

I tre punti, questa volta offuscano l’alone di mistero attorno alla Signora.

Buffon catechizza i suoi nell’intervallo e li abbraccia intensamente a fine gara: sinonimo, forse, che questa Juve ha bisogno di un nuovo pastore, che ridia motivazioni ad un gruppo ad oggi quasi “autogestito”.

 

La verità è che Bonucci e la Signora si mancano…

Juventus' Leonardo Bonucci sits on the floor injured

 

 

Magari il prossimo 28 Ottobre si guarderanno in cagnesco, si sfogheranno per 90 minuti e diranno che oggi sono più forti di ieri: Bonucci e la Juventus sono distanti, ma con il pensiero vicini.

Già, perchè al di là degli sfottò e dei peccati di arroganza del caso; mai come in questa circostanza il giocattolo composto da calciatore e squadra si è rotto, lasciando due vuoti silenziosamente assordanti.

Bonucci (colui che doveva spostare gli equilibri) è crollato alla prima difficoltà del disastrato Milan, affondando per primo in una nave che egli stesso doveva domare in un mare tempestoso.

La Juventus ha sguarnito una difesa già corrosa dal sopravanzare dell’età sui cocci della BBC rimasta.

I 10 gol subiti fino ad ora, sono una prova lampante che la muraglia difensiva bianconera, punto di forza fino alla scorsa stagione; è diventata un preoccupante blocco di cartapesta.

Certo, il tempismo di Marotta sul mercato avrebbe potuto colmare la mancanza di Leo, magari anticipando in stile Moggi l’arrivo del suo successore.

La difficoltà nell’arrabbattare nei giorni finali di mercato il colpo low cost ( nel caso di Howedes,un difensore già rotto), unita alla perenne bocciatura del giovane Rugani; non ha fatto altro che ingigantire l’assenza del regista difensivo viterbese.

Il binomio che sembrava unico ed inossidabile fino a qualche mese fa aveva partorito un reparto originale nel suo modo di essere, forte mentalmente e tatticamente; plasmando Bonucci nella figura del difensore moderno invidiato da tutta Europa.

La separazione, questa volta non è stata salutare per entrambi; anche se il tempo alla fine aiuterà i due partner a continuare il loro cammino sulla retta via.

La sensazione è che, però, nulla sarà più come prima: si guarderanno in cagnesco, a tratti si odieranno, ma dentro di loro si penseranno.

Bonucci non sarà più lo stesso e la BBC, forse, sarà un ricordo difficile da offuscare.

Cardiff deve essere un punto di ripartenza e non di arrivo.

juvelazio

 

Corre all’incirca il 75′ di uno Juventus-Lazio complicatosi maledettamente, quando Bernardeschi taglia il campo orizzontalmente da destra verso sinistra senza che un compagno si faccia avanti a ricevere quel pallone scottante.

Potrebbe essere questa la perfetta fotografia della Juventus attuale: priva di idee e e di sangue nelle vene, quasi spossata da anni logoranti sempre sull’attenti.

In verità il ritardo di 5 punti dopo 8 giornate dal ciclone Napoli, sono sì eccessivi, ma logicamente prevedibili.

La Vecchia Signora nella disfatta di Cardiff lo scorso 3 Giugno, ci ha  lasciato molto di più di una cocente sconfitta.

Si doveva ripartire da capo, era l’unico modo per risollevarsi dopo l’ennesima finale di Champions persa; un fardello non facile da smaltire neanche per una squadra di campioni.

Niente da fare, invece: la paura di cambiare ha prevalso sulla ragione; il timore di passare un anno senza vincere ha preso il sopravvento, affidandosi ancora a delle certezze oramai corrose dal naturale ciclo vitale.

Massimiliano Allegri, dopo aver raccolto la pesante eredità dello stratega Antonio Conte, ha amministrato il tesoro a sua disposizione come meglio ha potuto, continuando la scia di successi iniziati tre anni prima.

Era prevedibile, quindi, che fosse il momento di mollare la presa; al cospetto di un tecnico intelligente nel fondare le proprie fortune sui fuoriclasse temprati ed affamati, in costante difficoltà, però, nel costruire un nuovo impianto di gioco, ripartendo da zero.

La vecchia guardia, in tal caso, non è di aiuto, questa volta; con Buffon, Barzagli, Chiellini, Lichtsteiner, caduti rovinosamente ad un passo dalla cima dell’Everest.

Le motivazioni scemate dopo l’ennesima delusione europea, unite ad un’eta anagrafica oramai squillante; ha scoccato quella campana, non ascoltata, o meglio ignorata dalla società.

Già, Agnelli in primis e Marotta in secundis: capaci di investire più di 100 milioni in su per calciatori, per ruolo o capacità tecniche non indispensabili alla rifioritura della fenicia juventina.

Gli 80 e passa milioni riservati alla coppia di panchinari di lusso, Costa-Bernardeschi (richiesti espressamente dal tecnico livornese); sarebbero potuti essere utili a due reparti difesa e centrocampo, visibilmente indeboliti e consumati da stagione in stagione.

Nulla da fare, invece, il solo Matuidi non può tamponare ogni falla; il mai domo Chiellini  non può sturare ogni perdita, i buon Barzagli e Buffon sono oramai lontani parenti dei campioni ammirati fino alla cima dell’Everest.

Capita così, che la Juventus, mai come in questo inizio di stagione non riesca a portare avanti un azione manovrate da tre passaggi consecutivi.

Succede logicamente, che Higuain è l’ectoplasma di quello ammirato nell’orchestra napoletana e che Dybala arrivi ad un punto dove portare la croce può portare a rovinose cadute.

La storia, insegna, che nulla è perduto e che il DNA gobbo è pronto a rinascere anche dopo situazioni più anguste.

Certo è che la paura di cambiare non può sopravanzare il logico scorrere del tempo.

Siamo la Juventus: dove la vittoria precede tutto e tutti, ricordiamocelo.