Quando la necessità è virtù

gsandro

 

Non tutti i mali, a volte, vengono per nuocere.

Sembrerebbe, questa, la perfetta etichetta alla prestazione convincente fornita dalla Juventus nel vittorioso derby della Mole.

Gli uomini di Allegri, decurtati alla vigilia dalle ennesime importanti defezioni e privati dopo 5 minuti di gioco dall’infortunio di Higuain; regolano il Torino con una prova di cuore e sacrificio.

La rete di Alex Sandro nella prima frazione di gioco, può essere la sintesi di una chiave di lettura tecnico-tattica, oscurata fino ad oggi e rispolverata dal puro caso.

La prestazione del brasiliano a sinistra, ha dato fluidità di manovra e velocità di transizione sulla fascia; in perfetta antitesi alla macchinosità ludica sviscerata dall’adattato Mandzukic.

Allo stesso tempo, la pericolosità di Federico Bernardeschi negli ultimi 25 metri, come in occasione del gol vittoria è un’arma che deve essere sfruttata con costanza.

Se a tutto ciò, vi si aggiunge la prestazione maiuscola di Stefano Sturaro, uno che non dà del tu al pallone ma che corre e contrasta per tre: allora la casualità può aprire concreti nuovi orizzonti.

Questa Juventus è chiaramente una squadra costruita per attaccare, con coraggio e senza timore; faticando (rispetto al passato) a mantenere strenuamente il risultato.

Il ritorno di Dybala non può che essere un surplus di soluzioni che devono, da qui in avanti, essere focalizzate sul reparto avanzato; punto di forza e ago della bilancia della stagione bianconera.

Quella voglia di stringersi attorno, a dimostrazione che lo spirito juventino è sopravanzante rispetto al singolo campione, è una carta che dovrebbe essere calata maggiormente, al netto delle illustri assenze.

Questa, in fondo, è la speranza che il popolo bianconero coltiverà da qui alla sera del 7 Marzo; dove nella notte di Londra, si capirà se questo sarà un semplice fuoco di paglia o se da necessità, finalmente, sboccierà la definitiva virtù.

 

 

 

 

 

Tutto calcolato

higu

 

Sbagliando si impara, o forse no.

Strano come una squadra di élite europea, come la Juventus, possa ricadere costantemente nelle anguste trappole del passato.

Il sanguinoso pareggio maturato all’Alianz Stadium contro un buon Tottenham, sa di un prodotto non sorprendente, ma calcolato.

Gli uomini di Allegri questa volta decidono che la partita deve durare solo 10 minuti; il giusto tempo per capitalizzare al meglio due occasioni da gol e rinchiudersi a riccio fino all’eroica resistenza.

Peccato, però, che l’Europa non sia il libertino Campionato Italiano e che la minestra riscaldata questa volta vada pericolosamente di traverso.

Il Tottenham di Pochettino è una squadra più che dignitosa, avente come semplici ingredienti chiave: un gioco marchiato, atletismo e coraggio.

Basta questo a rendere il match una gara a senso unico, in cui gli spurs dominano gli undici bianconeri, trovando il giusto e pesantissimo pareggio.

Quello che doveva essere un primo atto pro-Juve si è rivelata l’ennesima prova di una mentalità arretrata e passiva.

Il secondo rigore di Higuain avrebbe potuto cambiare il senso del risultato ma non del prodotto globale.

La Juventus arrivata per due volte ad un passo dalla gloria europea negli ultimi tre anni avrebbe dovuto cambiar marcia facendo tesoro degli errori passati.

E’ proprio questo, invece, il tasto dolente di uno spartito che continua a stonare sul più bello.

Gli infortuni perenni, lo svuotamento fisico nel momento clou della stagione e l’assenza di una bozza di gioco (seppur elementare), sono solo il contorno del problema chiave: il famoso “braccino corto del tennista”.

La rimonta subita contro il Bayern Monaco nell’ottavo del 2016 dopo un primo tempo spavaldo e la finale di Cardiff, sarebbero soltanto due delle  prove indelebili di una mentalità conservatrice, altamente deleteria in Europa.

La macchina da guerra costruita su esplicita richiesta del tecnico livornese avrebbe dovuto sprigionare l’estro di Douglas Costa e Bernardeschi negli ultimi 30 metri e non nei 70 precedenti.

Quel baricentro costantemente basso alla ricerca della disperata difesa sperando che i cazzotti del nemico finiscano sui guantoni; sono un manifesto che questa Juventus non può permettersi.

Inevitabile e troppo semplicistico, però, risvegliarsi a fatti compiuti; preferendo la sorprendente delusione ad un pericolo preventivato.

La Juventus, come sostiene Allegri, non può vincere in Champions tutte le partite 3-0; ma non può nemmeno farsi schiacciare dall’avversario di turno quando paradossalmente la partita è in discesa.

Dybala, Higuain e la miriade di campioni a disposizione della Signora, hanno nelle corde la rimonta in terra londinese.

Siamo sicuri, però, che l’ennesima lezione possa servire in futuro (magari ad un passo dalla gloria) ad evitare, questa volta, un prodotto sorprendente e non calcolato?

La dura legge del gobbo

buona

 

“E’ la dura legge del gobbo: loro fischieranno, però, se non hai i campioni gli altri segnano e poi vincono.”

Basterebbe questa strofa “gobbizzata” di un famoso pezzo musicale, a riassumere ciò che il fato bianconero ha deciso di emettere in questa burrascosa annata calcistica.

Federico Bernardeschi, seguendo l’esempio di Gonzalo Higuain e dell’ancor più antico predecessore Daniel Osvaldo; ha continuato, ieri sera, quel filotto inquietante per gli avversari di turno, quasi una macumba.

Il classico gol dell’ex, odiato come il più acerrimo dei nemici, “schiavizzato” dialetticamente per tutti i 90 minuti; capace di infliggere dagli inferi la più atroce punizione possibile.

Strano, come l’avvelenato tifoso, tradito a suo dire dall’ex amato; si ostini a correre in una guerra calcistica masochista e deleteria.

Già, perchè gli antichi prigionieri scappati nel paradiso Juve, sono stati scelti dalla Signora, oltre che per la propria qualità tecnica, soprattutto per la forza morale.

Higuain e Bernardeschi, giusto per citare gli ultimi ex illustri, sono due campioni di self control e maturità psichica, oltre che due eccellenti atleti.

Lo sapeva Allegri, convinto di lanciare Higuain con una mano operata nell’inferno del San Paolo e di puntare su Bernardeschi nella delicata sfida scudetto di Firenze.

I risultati, come per magia, non si sono fatti attendere.

Se per l’attaccante argentino, l’esperienza e quel fuoco sudamericano, non ponevano nessun interrogativo al riguardo; per il giovane talento di Carrara, qualcosa preoccupava.

La sua tenera età, lo spazio risicato fin qui trovato nello schacchiere titolare dei Campioni d’Italia e mezza vita passata a Firenze; fungevano da pericolosi interrogativi.

Il rettangolo verde, però, ha calato il velo, confermando le impressioni di Marotta e Paratici; che hanno investito massicciamente, sul miglior talento italiano in circolazione.

La capacità di soffrire per 45 minuti, fra ripiegamenti difensivi, calci e marcature a uomo personalizzate; ha fatto da contraltare a 2-3 giocate da grande giocatore.

I veri campioni, in fondo, sono coloro che trasformano in oro le poche occasioni concesse dagli avversari nelle partite concitate.

Il furbesco calcio di punizione che vale il preludio dei tre punti juventini; è una magia sperata da Federico, ma in cuor suo già predetta giorni prima.

Già, perchè la dura legge del gobbo, in sintesi, non è altro che  la massima espressione della maturità calcistica di un calciatore; capace di trasformare l’odio avverso in gioia, indossando semplicemente la maglia di uno dei club più vincenti al mondo.

 

 

 

 

 

 

L’ultima meta

Juventus v US Sassuolo - Serie A

 

Non sarà facile ripartire da zero; mangiare la polvere a 32 anni per riappriopriarsi di quello che per una vita è stato e doveva essere tuo anche in futuro.

Claudio Marchisio, il “principino” bianconero è costretto all’ennesima sfida della sua carriera; la più difficile risalita da quando veste la nobile casacca juventina.

Quel maledetto infortunio al crociato anteriore del ginocchio sinistro, il 17 Aprile 2016; ha dovuto rimescolare un copione, che per molti era già scritto.

Il ragazzo torinese, da allora ha dovuto lentamente spogliarsi dalle nobili vesti, per identificarsi a fatica nello scomodo ruolo di vassallo.

L’ideologica leadership del numero 8 zebrato non è mai stata scalfita nella mente dei tifosi; al cospetto invece di una lenta ma inesorabile discesa negli inferi del progetto allegriano.

La scarsa efficienza fisica messa a dura prova nelle ultime due stagioni, non rappresenta la sola motivazione della retrocessione di Marchisio nelle gerarchie del centrocampo bianconero.

La classe di Pjanic, l’intelligenza tattica di Khedira e l’agonismo di Matuidi; paiono essere delle ombre troppo grandi, attualmente, per essere coperti dalla luce del Principino.

Capita così, che una delle colonne portanti della scia di successi juventini post Calciopoli, dovrà rimodellare il suo futuro; seguendo l’istinto o la ragione.

Se la sfera razionale di un professionista porterebbe ad un cambiamento doloroso ma logico; l’aspetto passionale spingerebbe decisamente in un’altra direzione.

Riconquistare  la Signora, ancora una volta, aspettando l’occasione per sovvertire un infausto destino.

L’infortunio di Matuidi, prima della delicatissima sfida stagionale europea contro il Tottenham, potrebbe rappresentare, in tal senso, l’appuntamento con il fato.

Nonostante la buona prova fornita da Claudio domenica nella “scampagnata” contro il Sassuolo, con tanto di assist al bacio per Higuain; la sua presenza Martedì è in forte dubbio.

La corsa del “disordinato” Sturaro, la gioventù di Bentancur o l’adattamento di Asamoah in mezzo al campo; sono delle concrete minacce per il centrocampista piemontese.

Allegri dovrà sciogliere le riserve in meno di una settimana; con l’interlocutoria, quanto fondamentale tappa di Firenze in mezzo agli amletici pensieri.

Nell’infuocata arena toscana, Venerdì, Marchisio dovrebbe avere una chance da titolare; laddove dovrà puntare tutte le sue fisches per far saltare il banco.

Una prestazione notevole soprattutto a livello atletico e di intensità fisica, più che tecnica; potrebbe rilanciare prepotentemente il numero 8 verso una difficile quanto affascinante risalita avente come prima tappa la notte europea.

In un mondo in cui tutto cambia e brucia con la velocità della luce, toccherà al Principino risalire la montagna fra gli ostacoli, raggiungendo quella romantica quanto impervia ultima meta.

 

 

 

 

 

 

Original Sami

 

 

khedira ott

 

Si è fatto attendere per qualche mese, prima di calare la versione originale di quel tuttocampista ammirato fin qui in spezzoni bianconeri.

Sami Khedira ancora una volta croce e delizia del marchingegno plasmato da Max Allegri, sembra aver voltato finalmente il suo lato positivo.

La lenta ma inesorabile crescita fisica del panzer tedesco ha letteralmente acceso l’interruttore della manovra bianconera, pendente soprattutto sugli inserimenti dell’ex Real Madrid.

Quella staticità mostrata nella prima parte della stagione, non ha fatto altro che zavorrare la manovra dei Campioni d’Italia, spesso lenta e poco intensa.

Il risultato si è materializzato in una circolazione di palla ingolfata a metà campo, con Dybala e compagni di reparto, spesso chiamati alla giocata solitaria.

Il numero 6 tedesco, fin lì, è sembrato il fantasma di sè stesso,  il calciatore “coccolato” da Allegri, ma il meno fruttuoso dei tre centrocampisti titolari.

Il tempo, però, ha tirato a lucido il campione del mondo, aumentando di imprevedibilità e di velocità una macchina da guerra, che ha ritrovato la sua vecchia mappa di attacco.

Le due reti messi a segno da Sami nel pirotecnico 7-0 pomeridiano contro il malcapitato Sassuolo, sono solo l’iceberg di un primo tempo semplicemente mostruoso. 

Quella capacità di pressare insistentemente i difensori avversari in fase di impostazione, affiancando addirittura Higuain nel duo di attacco; va di pari passo a quella devastante capacità di inserimento che ne ha consacrato la sua carriera.

Il risultato è una variabile alternativa di gioco: spesso altalenante ma vitale per una grande Juventus.

In una Signora, fin qui salvata dalla qualità dei singoli e ancorata ancora a quel 70% di espressione ludica; il rispolvero del Khedira originale, può rivelarsi il completamento tattico tanto atteso e desiderato dal popolo bianconero.

Il Febbraio di fuoco passante per il duro ostacolo chiamato Tottenham, darà ancor più risposte ad un equilibrio, passante a volte da una semplice pedina, poco appariscente, ma al tempo stesso determinante.

 

 

 

 

 

Questa è benzina

gigi

 

Quando il gioco, ancora una volta, rischia di non valere la candela.

Difficile è capire come il riluttante mondo anti-juventino non abbia ancora compreso, a suon di batoste, che solo l’indifferenza, forse, potrebbe lenire il costante dolore.

La Juventus che regola meritatamente l’ostica Atalanta di mister Gasperini, nell’andata delle semifinali di Tim Cup, è un concentrato di fame, rabbia, miscelato all’enorme qualità disponibile.

Gigi Buffon e Gonzalo Higuain, nella nebbia di Bergamo, con due grandi gesta, ne hanno racchiuso l’essenza.

Già, perchè se per un 40enne plurivittorioso l’appetito vien mangiando; è il mutamento psicologico dell’Higuain bianconero, che spiega la mentalità del mondo Juve.

Una compagine, quella dei Campioni d’Italia, che a differenza delle nemiche; usa i possibili ostacoli o momenti potenzialmente nocivi, in benzina vitale per i futuri successi.

Ecco, forse, il segreto per il quale il glorioso club torinese risulta essere il più longevo in termini di vittorie; una macchina da guerra, raramente in standby e mai spenta.

Non tutti hanno ancora intuito il dogma bianconero; tentando affannosamente l’escamotage vincente per contestarlo.

Capita così che l’uso ossessivo del VAR, esclusivamente a discapito dei più forti; è solo l’ultima disperata carta da giocare per spezzare l’egemonia gobba.

Peccato, però, per il frustrato mondo “colorato” che la Signora metta il mantello, rispedendo le frecce al mittente; salvo poi convertirle in energia combustibile.

Se gli insulti, le sassate ai pulman e le distorsioni mediatiche a sfondo eccessivamente campanilistico sono oramai un abituè; è il rischio di pscicosi sportiva che preoccupa.

La deformazione della realtà per un comune tifoso, infatti, ha subito giornalmente un’angosciante evoluzione; fino al raggiungimento del professionista settoriale.

Giornalisti, scrittori o presunti tali; hanno dovuto lanciare la pesante maschera dell’imparzialità, sfociando nel clownesco, pur di attaccare quell’indigesta squadra zebrata.

La perdita di dignità lavorativa è solo l’ultimo stadio di un morbo che oramai ha affondato le radici in vari ambiti, non solo purtroppo sportivi.

La ricetta per alleviare il dolore da campo, consisterebbe semplicemente nella pura e sana competizione che è alle origini di questo fantastico sport.

La convinzione, sempre più netta, invece; è che si continuerà ad usare, in modo ancor più esasperato, qualsiasi arma disponibile, anche più impensabile, pur di avere un momento di gloria.

E allora il popolo bianconero, non potrà che dormire sonni tranquilli: perchè fino a quando la benzina potrà essere incamerata; il motore non potrà che macinare km e km, di  altri infiniti successi.

 

 

 

 

 

DC: l’alieno alla conquista del pianeta Juve

costa

 

La perlustrazione è finita: ora è tempo di lasciare tracce marcate sulla nuova superficie .

L’alieno Douglas Costa sbarcato questa estate alla corte della Vecchia Signora, inizia a fare sul serio, dopo qualche mese di dubbi ed interrogativi.

Quei 46 mln che Marotta pagherà al Bayern Monaco nella prossima stagione, sembravano una tassa eccessiva per un calciatore bello da vedere ma poco concreto.

Il brasiliano, in realtà, limitato nella sua navicella, chiamata panchina, ha solo aspettato il momento giusto per mimetizzarsi con il nuovo ambiente bianconero.

La fiducia, finalmente, concessagli da Max Allegri, coincidente con l’assenza forzata di Dybala, ha liberato l’estro accecante del funambolo carioca.

DC, nel torpore del Bentegodi, ieri sera, ha continuato a lanciare fulmini sul rettangolo di gioco; dando continuità ad un percorso di crescita inarrestabile.

Le 3 reti messe a segno fin ora e i 6 assist, sono solo l’espressione numerica di un lavoro ben più originale e prezioso.

Costa è quell’ala vecchio stampo capace di saltare l’uomo da fermo in tutte le direzioni, scucchiaiando parabole precise; il tutto alla velocità della luce.

Uno così, alla Juve mancava da tempo: la freccia in grado di scardinare le barricate avversarie in giornate particolari.

Guardiola ai tempi del Bayern lo definì uno dei migliori 5 esterni del mondo: come dargli torto,  in fondo.

Il nuovo numero 11 bianconero è  in grado di arare le due fasce con assoluta semplicità: modificando di conseguenza le fasi finali del suo movimento.

In tal senso, forse, l’esterno verdeoro nel concitato scacchiere bianconero, risulta  maggiormente devastante sulla fascia sinistra: laddove, ieri sera, ha semplicemente distrutto da solo il Chievo Verona.

Per uno con poca propensione al gol e maggiore libidine nell’ultimo passaggio; non potrebbe esserci collocazione migliore.

Higuain e compagni, del resto, uno come Douglas, lo vorrebbero sempre al proprio fianco; anche nelle partite in cui tutto pare essere più complicato del solito.

In quelle gare, insomma, dove la posta in palio può valere oro; dove spesso i particolari e la classe fanno la differenza.

La Champions, non a caso, rappresenterebbe lo scenario finale, di un percorso che in pochi mesi potrebbe portare l’alieno DC alla conquista del pianeta Juve.

Toccherà ad Allegri, da qui in poi, trovare coraggio e collocazione definitiva; perchè dinanzi a questo Douglas Costa, non vi sono vecchie e ancorate convinzioni che tengano.