Quel freno a mano che ingolfa la Signora

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Qual’è l’avversario più temibile per la Juventus nella corsa al tricolore?

Semplice, la Juventus stessa.

Almeno questo è emerso ieri sera dalla supersfida contro la capolista Inter; una squadra organizzata, in fiducia, ma nulla più.

Eppure la Signora, nella notte dell’Alianz Stadium non è riuscita a perforare un muro che in altre circostanze avrebbe alzato bandiera bianca.

La sfortuna in questi casi conta relativamente, seppur il predominio territoriale e le occasioni siano stati a beneficio dei Campioni d’Italia: la sensazione, però, è che si doveva fare di più.

A tal proposito, risulta difficilmente comprensibile il disegno tattico di Max Allegri: al cospetto di un match di vitale importanza, giocato nelle mura amiche.

Quel 4-5-1, improntato sui cross dalla destra di Cuadrado per l’inserimento aereo sulla fascia opposta di Mandzukic, è stato un canovaccio di facile lettura per Skriniar e compagni.

Seppur con le dovute proporzioni, la partita di ieri sera ha ricalcato quell’Italia-Svezia costatoci il pass ai prossimi mondiali; con l’eccezione della diversa panchina a disposizione dei padroni di casa.

Lasciare fuori la qualità di Dybala, Douglas Costa e Bernardeschi, dall’esterno può sembrare una blasfemia: eppure è stata realtà.

Già, perchè Mario Mandzukic al pari del suo alter ego a centrocampo Khedira, sono due pedine dalle quali Allegri non solo non può prescindere, ma fa prescindere il resto della squadra.

La generosità del croato, fa il pari con i grossolani errori sottoporta, che il Gonzalo Higuain di turno sicuramente non farebbe.

Proprio l’argentino, ieri sera, è sembrato inutile in un contesto improntato sulle mischie e la forza d’urto.

Quel toro scatenato che aveva infiammato Napoli, ha perso di colpo i suoi due folletti al fianco, capaci di supportarlo in un gioco d’attacco più consono alle proprie caratteristiche; senza un perchè.

I cambi tardivi e molto discutibili nel finale, non fanno che alimentare l’ennesima domanda: cosa sarebbe successo con Douglas Costa o Bernardeschi nei concitati minuti conclusivi nei quali gli avversari erano oramai alle corde?

Difficile rispondere con il senno di poi, ma è altrettanto complicato capire il motivo per il quale la campagna acquisti sia stata improntata su questi tipi di calciatori usati con il contagocce.

Solo i diretti interessati conosceranno quella verità balenante fra scelte di mercato non condivise fra allenatore e dirigenza o la semplice testardaggine del tecnico di Livorno.

Quello che si nota da tifoso frequentatore del calcio è che la Signora sia ad oggi terza in classifica correndo con il freno a mano tirato.

Vincere per la settima volta consecutivamente lo scudetto è sempre difficile, ma non farlo con questa rosa nettamente più forte di qualsiasi avversario di turno, rischia di essere un grosso peccato.

L’augurio è che questo maledetto freno a mano venga tolto definitivamente per far viaggiare la ferrari bianconera lontana anni luce dal resto del plotone.

Certo è che finchè il sodalizio Mandzukic-Allegri sarà ben saldo, il torneo sarà giocato con ogni probabilità sul filo di lana.

Ma si sa, la speranza è sempre l’ultima a morire.

 

 

 

 

Il labirinto di Paulo Dybala

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Non avrebbe mai immaginato che quella doppietta al Barcellona dell’ 11 Aprile 2017 fosse l’apice di un percorso europeo fermo a quella notte.

Paulo Dybala vive, innegabilmente, il momento più difficile della sua carriera: spazio in cui il rapporto tra aspettative e profitto risulta essere scarno per il numero 10 della Juventus.

Il ragazzo di Laguna Larga che aveva iniziato con il botto questa stagione, sembra aver perso il filo conduttore di un futuro prossimo già scritto.

Paradossalmente, però, sarà stato il contorno questa volta, ad incidere su un talento cristallino, quanto mentalmente debole.

Il paragone con Messi, la gabbia tattica di mister Allegri, le sirene milionarie dall’estero o i problemi di carattere affettivo; non possono essere una massiccia scusante per colui che dovrebbe rappresentare la Signora nel mondo.

Già, perchè storia alla mano, risulta difficile rimembrare un Alessandro Del Piero influenzato agonisticamente da fattori extracampo; o un Pavel Nedved demoralizzato in una qualsiasi gara di Champions League.

Insomma, quello nel quale è andato a confluire Paulo Dybala, pare essere un labirinto intrecciato, tessuto esclusivamente con le sue mani.

Capita così che un elementare stop sembra essere più difficile del normale, che un semplice interno sinistro a giro sbatta sul piede destro di appoggio, rallentandone la traiettoria.

Anche ieri, nella gara in cui la Joya doveva tornare al gol dopo la lunga astinenza europea; si è assistito alla performance della controfigura del campioncino albiceleste.

Un calciatore, completamente spossato nell’animo, sfiduciato dei propri mezzi; come un “malato” afflitto da un’incurabile malattia.

La solitudine in panchina al momento della sacrosanta sotituzione con Pjanic, la dice lunga sul malessere concreto di Paulo.

Un percorso di colpo tortuoso e pieno di insidie; nel quale l’argentino sembra difficilmente trovare la via d’uscita.

Le parole al miele di Allegri sulla sua giovane età e la vicinanza anche fuori dal campo dei compagni, non possono essere la sola panacea di tutti i mali.

Occorre che Paulo svolti completamente nella sua vita sportiva; ritrovando in sè stesso quella forza capace di fargli oltrepassare drammi personali ben più difficili in età adolescenziale.

Il calcio alla fine è gioia, sogni e senso di responsabilità: forse basterebbero queste tre strade a congiungersi in quella via di salvezza in fondo al labirinto creato da Paulo.

 

 

 

 

 

La rivincita di Medhi Benatia

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Alla fine ha avuto ragione lui: attendendo che il tempo scandisca con calma e pazienza il suo verdetto.

Medhi Benatia si è preso la difesa juventina, con personalità; rigettando al mittente le accuse di essere uno sfarzoso pacco.

Il 30enne marocchino, martoriato dagli infortuni e schiacciato dalle ingombranti sagome della BBC, sembra aver gettato la maschera dell’indecisione, collocandosi di prepotenza nel cuore della retoguardia bianconera.

Quella che doveva essere solo una lussuosa riserva, si è rivelato il vero acquisto in più del nuovo pacchetto difensivo dei Campioni d’Italia, scalando le gerarchie che sembravano oramai predefinite.

A chi pensava che la pesante eredità lasciata da Bonucci dovesse essere raccolta dalla giovane promessa Daniele Rugani o dall’esperto nuovo arrivo Benedikt Howedes; sarà rimasto sorpreso.

Medhi Benatia, pagato 17 milioni di euro lo scorso Maggio dal Bayern Monaco, dopo un anno di anonimato in prestito alla Signora, è ripartito da zero con cuore e lavoro.

La coppia centrale con il granitico Giorgio Chiellini sembra essere la nuova muraglia, che aiutata da un centrocampo nuovamente protetto, potrebbe gettare le basi per una nuova Juventus formato bunker.

La capacità di annullare il Barcellona nelle mura amiche e quell’attenzione meticolosa contro i folletti partenopei nella scorsa serata del San Paolo, è la chiosa sulla crescita della nuova BBC.

Un misto di grinta, fisicità e qualità; espressa, quest’ultima, in particolar modo dalla discreta capacità di impostazione e di predisposizione al gol del ragazzo di Courcouronnes.

Una scossa quella della nuova Signora che ha affondato le sue radici nel sacrificio comune, impersonificato anche dal capitano del Marocco; vero idolo in patria dopo quel gol qualificazione ai prossimi mondiali di Russia 2018.

In un mondo, quello del calcio, dove si è spesso alla ricerca, a volte affannosa, del colpo ad effetto sul mercato; spesso ci si scorda di rispolverare un materiale prezioso posseduto in casa.

E allora, infortuni permettendo, finalmente è giunta l’ora di Medhi Benatia: il gregario silenzioso, diventato meritatamente il nuovo principe della difesa bianconera.

 

Higuain sentenzia: a cuccia!

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Cane che abbaia non morde.

Potrebbe essere questo il sunto della serata: l’ennesima sentenza del pastore, Gonzalo Higuain, capace da solo di domare il fumoso Napoli di Maurizio Sarri.

E pensare  che il fuoriclasse argentino non doveva neppure essere del match, causa operazione alla mano di appena due giorni fa; ma si sa che nell’inferno il Pipita trova il suo habitat naturale.

Il miracolo di Reina dopo pochi minuti dall’inizio della supersfida era solo la prova generale dell’azione da playstation Costa-Dybala-Higuain, che ha portato il diavolo vestito di giallo ad incendiare il San Paolo.

La sua esultanza polemica con la mano all’orecchio, sarebbe potuta essere, forse, più plateare se quel dito medio non fosse ingessato.

Insomma, scherzi alla mano, la Juventus toglie l’imbattibilità al Napoli dei sogni, dopo 14 giornate, accorciando a -1, grazie ad una prova di grande sacrificio, come i vecchi tempi.

Quella voglia di aiutarsi e soffrire insieme, merce smarrita quest’anno (Chiellini nel post Sampdoria-Juventus lanciò l’allarme a tal proposito); è rinata d’incanto nella serata che più contava.

Ne consegue un centrocampo, finalmente a 3, (ancora lento) ma questa volta applicato, una difesa impermeabile grazie alla crescita esponenziale di Benatia e un nuovo attacco scintillante.

Non è un caso, infatti, che come nel tennistico 2-6 di Udine, Mandzukic abbia lasciato le chiavi della fascia a Douglas Costa, che insieme a Dybala e a Higuain sembra aver un feeling innato.

Il brasiliano asfalta l’esercito campano ogni qualvolta entra in possesso di palla; facendo intuire il perchè sia stato pagato così tanto.

La speranza è che dinanzi a cotanta classe non si possa ancora rimanere inerme in futuro.

La Signora non è ancora bella, come dimostrano i massicci errori in fase di impostazione che avrebbero potuto, più volte, spianare la strada per un possibile raddoppio.

Ma si sa che nel calcio non basta essere affascinanti per ottenere il successo.

Spesso è la voglia di tramutare la rabbia nel raggiungimento dei sogni a fare la differenza: come Gonzalo Higuain, l’uomo capace, ancora una volta da solo, di ridurre il minaccioso nemico in un innocuo cucciolo.

Perchè non bastano insulti, fischi, o calunnie a fermare un gigante: uno in grado di riaprire nella sua ex casa il Campionato da solo, con una mano ingessata, ma con un cuore incendiato.

 

 

 

 

 

 

Howedes+Douglas Costa: ricominciamo da qui

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Un cocktail energizzante: una sterzata briosa ad un complesso fin qui monocorde e ripetitivo.

La Juventus che regola 3-0 il Crotone, dopo il solito primo tempo rallentato, tira fuori dal cilindro due pedine che potrebbero essere fondamentali per il nuovo vestito cucito da Massimiliano Allegri.

Benedikt Howedes e Douglas Costa, ieri, hanno dato prova di poter essere dei perni della nuova Juventus e non delle semplici comparse.

Se per il tedesco, all’esordio, l’ostacolo infortunio sembrava essere l’unico enigmatico intoppo alla sua avventura in bianconero; per il fulmine brasiliano, invece, era il rigido tatticismo Allegriano a porre da freno.

Nonostante il modesto avversario di turno non rappresentasse un test particolarmente impegnativo, i due si sono distinti per l’originalità delle proprie caratteristiche al servizio della squadra.

Howedes, infatti, pur non essendo stato particolarmente sollecitato da Budimir e compagni, ha fatto intravedere la sua eleganza in fase di impostazione e la sicurezza infusa in tutto il reparto.

I bianconeri difensivamente non sono stati mai messi in apprensione, mostrando solidità e compattezza fra quella linea sottile ma determinante che collega difesa e centrocampo.

Il tedesco, polivalente in più zone della retroguardia juventina, potrebbe essere il baricentro di un pacchetto arretrato, alla ricerca di una nuova guida carismatica oltre che di un implacabile marcatore.

Douglas Costa, invece, proposto per la seconda volta in stagione da secondo trequartista alle spalle della punta, ha “strappato” il match in molteplici fasi; grazie a quella capacità di penetrare palla al piede nelle difese avversarie, fino ad oggi merce rara in casa bianconera.

La sua scarsa attitudine al gol (da sempre neo nella carriera del carioca), viene puntualmente condita dall’imprevedibilità dei suoi guizzi e da quel sinistro felpato, preciso come un orologio svizzero.

La perfezione dei suoi assist rappresenta spesso un’ apriscatola importante nelle difese chiuse; una soluzione che nè Cuadrado e nè tantomeno l’Alex Sandro di oggi sembrano in grado di fornire.

Insomma, il nuovo 3-4-2-1, varato nella scorsa serata torinese potrebbe rappresentare, finalmente, il tappeto rosso per l’entrata in scena dei due “nuovi acquisti” bianconeri.

Un cocktail, quello appena miscelato, che potrebbe simboleggiare la chiusura di un cerchio tecnico-tattico, che a fine Novembre sembra ancora non avere connotati ben definiti.

Dybala: un predicatore nel deserto

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Al triplice fischio finale di Juventus-Barcellona una domanda mi è sorta spontanea.

Cosa sarebbe successo se Paulo Dybala avesse indossato ieri sera la maglia blaugrana?

Non si tratta di sminuire il blasone della Signora, che con qualche coppa in meno e qualche finale in più persa, rispetto ai catalani, è comunque nell’èlite del calcio europeo.

L’inferiorità ludica, espressa ieri sera nei 90 minuti al cospetto di Messi e compagni, si è palesemente dimostrata, invece, in termini di mentalità.

Il Barcellona, pur con il freno a mano tirato e con il miglior calciatore al mondo in panca, ha controllato il gioco senza affondare per almeno 3/4 di gara; con una Juventus affannosamente alla ricerca della chiusura di ogni fessura per la raccolta del sospirato punticino.

Gli unici bagliori nella sconfortante prova offensiva offerta degli uomini di Allegri sono stati accesi da Paulo Dybala, un vero fenomeno checchè ne dicano i detrattori.

Anche ieri sera, la Joya, pur triplicato costantemente dagli avversari e con un raggio di azione esageratamente arretrato; ha fornito una prestazione di eccelsa qualità.

La serpentina culminata con il sinistro alto sopra alla traversa, nella prima frazione di gioco e la girata finale sventata miracolosamente da Ter Stegen ; sono schiccherìe da università del calcio.

Il numero 10 bianconero, insomma, non ha sfigurato al cospetto del “Dio” pallonaro Leo Messi, pur essendo logicamente non ancora ai suoi livelli.

Già, cosa manca al talento di Laguna Larga per scalare ancor di più le gerarchie dei migliori calciatori contemporanei?

Al netto della personalità, della maturità tecnica e comportamentale; forse, l’ingrediente predominante è il contesto.

Non vogliamo, ancora una volta ridimensionare la Juventus rispetto al Real Madrid o al Barcellona di turno; la consacrazione di campioni come Platini, Zidane o Del Piero, ne sono una lampante testimonianza della maestosità della Vecchia Signora.

Il discorso verte, in tal caso, sulla mentalità attuale della squadra di Massimiliano Allegri, esasperatamente calcolatrice e prevalentemente conservatrice.

Insomma, una gabbia tecnica ma soprattutto fisica, dal quale Paulo ne resta impigliato; con un buon 30% del suo talento puro, disperso a partita.

Il baricientro costantemente basso dei Campioni d’Italia, espresso sia contro il Barcellona o il Benevento di turno; è frutto di un modello di pensiero contrapposto alla filosofia sudamericana.

La mole di qualità in avanti espressa nei nomi di Douglas Costa, Higuain, Bernardeschi, Cuadrado, Mandzukic, capitanata da Dybala: risulta essere paradossalmente il peggior attacco delle prime squadre classificate nei gironi Champions.

Un’idiozia, insomma, se si pensa che il reparto avanzato valutazioni alla mano, dovrebbe valere almeno 300 milioni di euro.

E’ chiaro che il costo del cartellino, conta relativamente, considerando il valore mutevole del mercato: ma da questa Juventus è lecito aspettarsi qualcosa in più in fase propositiva.

A chi dal del sopravvalutato o del mercenario a Dybala, quindi, mi chiedo: è lui che “infetta” il resto del reparto?

Ecco allora che, tornando all’inizio mi sono posto la famosa domanda: cosa sarebbe successo ieri sera se Paulo Dybala avesse indossato la maglia blaugrana.

L’indovino di turno in grado di prevedere una semplice tesi non è ancora nato; ma chi giudica il calcio al di fuori dalla sfera puramente passionale, tipica del tifoso, può immaginarlo.

Con una collocazione fissa sui 25-30 metri dalla porta e con un possesso palla rasoterra di buoni 80 minuti è facile che Dybala si sarebbe potuto presentare “lucido” più volte dinanzi a Gigi Buffon.

Se in una partita affannosamente difensiva, senza che la propria squadra riesca a collezionare tre passaggi di fila, Dybala ha sfiorato due volte la marcatura; cosa sarebbe potuto succedere in un contesto più vicino alle corde della Joya?

La mia risposta è facilmente leggibile.

Insomma il talento argentino non sarà Messi, ma neanche l’ennesimo sopravvalutato di turno, facilmente rimpiazzabile in futuro.

La speranza è che si trovi la via per far esplodere definitivamente l’estro di Dybala, per il bene suo e della Juventus in primis.

Per far sì, alla fine, che quella domanda, balenata nella mente di un tifoso bianconero passionale ma al tempo stesso lucido, possa restare solo uno sbiadito ricordo.

 

 

 

Schiavo di Mandzukic e Khedira

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Cambiare opinione è spesso sinonimo di intelligenza: soprattutto se dati alla mano la verità è contraria alle proprie convinzioni.

La Juventus che sprofonda al “Ferraris” contro una coriacea Sampdoria, mostra ancora una volta i limiti di una squadra depotenziata sul rettangolo di gioco.

Non bastano le parole turnover o sfortuna per giustificare la lezione di tattica inflitta da Gianpaolo e i propri uomini alla Juventus Allegriana.

Una compagine, quella juventina, perennemente ancorata sul duo Khedira-Mandzukic, ancora oggi vero freno a mano di un 4-2-3-1 che non decolla come dovrebbe.

L’ennesima prestazione da ectoplasma del tedesco e il solito gioco di raccordo, generoso ma al tempo stesso monotematico del gigante croato; non hanno fatto altro che ingolfare un motore giunto alla deriva.

Il feeling mai nascosto del tecnico livornese con i due panzer dovrebbe essere valicato dal bene comune; anteponendo la ratìo alla testardaggine più esasperata.

La fragile Signora ammirata in questo scorcio di stagione, trivellata con regolarità dagli avversari; è frutto di un disegno oramai vecchio e superato.

I Rugani e i Lichtsteiner di turno, non possono essere gli unici problemi di un sistema difensivo privo di copertura a metà campo.

In tal caso l’unico incontrista Matuidi, (finto titolare), non può essere rilegato in panchina dopo il rientro di Khedira.

Nel reparto avanzato, poi, al netto dei milioni sborsati sul mercato; risulta assurdo usare Douglas Costa come una figurina Panini per gli ultimi scampoli di match.

Il brasiliano, anche oggi, ha messo le basi in 10 minuti per un gol e mezzo; concretizzando 80 minuti di anonimia di Mandzukic nel reparto avanzato.

Se a ciò si aggiunge l’immunità dei due cocchi di Max riguardo al tema delle sostituzioni, l’enigma è ancora più complesso da interpretare.

Insomma, con le spalle al muro e tradito dai suoi “figliocci prediletti”,  Allegri è chiamato questa volta ad un cambio drastico di interpreti e/o di modulo; per far ingranare una macchina stranamente ancora inceppata a Novembre.

Barcellona e Napoli le prossime due tappe della verità; per non disperdere in cocciutaggine una stagione, pericolosamente, già traballante.